ALTRE PICCOLE STORIE IGNOBILI. Il nuovo libro di Pompeo Molfetta. Recensione di Maria De Mauro

La copertina del libro

Con Altre piccole storie ignobili, Pompeo Molfetta torna a raccontare il suo mondo narrativo con uno stile più maturo e una scelta di contenuti che confermano quanto l’esordio, già convincente e personale, fosse solo l’inizio di un percorso fertile. I sei racconti lunghi che compongono la raccolta si presentano, fin dal titolo, come una prosecuzione della prima. Eppure, pur mantenendo una continuità di ambientazione e atmosfere, il libro si distingue per una maggiore precisione nella costruzione dei luoghi, dei personaggi e del tono generale.

La Basilicata, luogo del cuore, come suggerisce lo stesso autore, torna ad essere lo sfondo privilegiato delle vicende, ma non come cornice evocativa, essa è uno spazio vivo, concreto, vissuto, reso con una fedeltà profondamente realistica. I luoghi raccontati non sono mai neutri: partecipano alle vicende, dialogano con i personaggi, hanno infatti nomi e riferimenti sempre precisi e dettagliati anche quando sono inventati. E i personaggi, a loro volta, appaiono più complessi e sfaccettati rispetto al primo libro: psicologicamente credibili, caratterialmente definiti.

L’autore sceglie di raccontare molte vite, tanti modi diversi di abitare il mondo. Lo fa con uno sguardo attento, partecipe, che rivela una straordinaria capacità di osservazione e un’immaginazione nutrita di suggestioni reali e interiori. Ogni racconto nasce da un equilibrio sottile tra ciò che si vede e ciò che si intuisce, tra realtà e invenzione, tra esperienza e visione.

I personaggi, appartenenti a mondi sociali e culturali diversi: poveri, ricchi, colti, rozzi, belli, brutti, onesti o disonesti che siano, sono tutti trattati con la stessa misura. L’autore non li giudica: non applica una morale alla narrazione, né cerca di fornire insegnamenti attraverso i loro comportamenti. Li osserva, li ascolta e ce li restituisce con una sorta di affetto narrativo che non indulge mai al sentimentalismo. È questa umanità profonda, a renderli vivi e interessanti a partire dai nomi, cognomi, soprannomi che costituiscono un interessante elemento narrativo verista. Alcuni personaggi, come Il professore Catamenò, letterato in pensione, con la sua calma pensosa, o certe figure femminili, sagaci e misurate, conquistano subito il lettor. In un un mondo solo apparentemente statico, legato alle tradizioni, dove sembra non accadere nulla, l’umanità si mostra per quello che è: varia, indaffarata, incoerente. L’autore è dentro questo mondo e ne comprende i meccanismi ancestrali. I racconti, pur ambientati nella contemporaneità, rimandano con naturalezza al passato. Nei gesti, nei dialoghi, nei dettagli, si avverte un legame con un tempo che dura sempre.

In un panorama editoriale in cui domina l’autobiografismo, Pompeo Molfetta sceglie un’altra via: quella della narrazione pura. I suoi racconti contengono tutti un elemento di mistero, un fatto insolito, una situazione ambigua, qualcosa che non torna, ma la risoluzione di questi enigmi non è il vero scopo dell’autore che si muove ai margini del genere giallo, senza però adottarne le convenzioni narrative. Il lettore è catturato da una tensione sottile, da un’atmosfera inquieta e coinvolgente, ma i finali evitano l’effetto sorpresa o il colpo di scena. La verità si svela in modo naturale, quasi ordinario. È così che l’autore restituisce al mistero una dimensione quotidiana, fatta non di sensazionalismi, ma di quella complessità silenziosa che appartiene alla vita vera.

Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è senza dubbio lo stile. Pompeo Molfetta riesce in un’operazione narrativa originale: fonde la lingua parlata, popolare, gergale con registri colti, senza rinunciare a neologismi o invenzioni espressive personali. Il risultato è una scrittura viva, riconoscibile, pienamente autoriale e accattivante.

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