DANTEDI’ 2026 – La relazione della prof. Pierangela Del Prete

“Da ‘Lo primo de li miei amici’ della Vita Nova agli altri amici di Dante. Lectura Dantis in onore del Prof. Ermes De Mauro” – 25 Marzo 2026

Testi di riferimento:

  • Brano del cap. III della Vita Nova
  • Dalle Rime, “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”
  • Inferno, canto X, vv. 55-63 (l’altezza d’ingegno di Dante è paragonata a quella di Guido dal padre di Guido, Cavalcante de’ Cavalcanti)
  • Purgatorio, canto II, vv.76- 117 (incontro con l’amico Casella)
  • Purgatorio, canto IV, vv. 97-135 (incontro con Belacqua)
  • Purgatorio, canto VIII, vv.46-84 (incontro con Nino Visconti)
  • Purgatorio, canto XXIII, vv. 36-133 (incontro con Forese Donati)
  • Purgatorio canto XXIV, vv. 1-81 (desiderio di Forese di rivedere Dante)

   Un’amicizia che ha le sue radici in età giovanile perché, se ai tempi della Vita Nova ne abbiamo notizia proprio da Dante, essa però era nata prima. E’ l’amicizia tra Dante e Guido Cavalcanti. Nel cap. III della Vita Nova, infatti, quando Dante presenta il sonetto “A ciascun’alma presa e gentil core” scritto a diciotto anni, nel quale Amore fa mangiare a Beatrice addormentata il cuore di Dante, egli riferisce che, avendo chiesto ad altri poeti un’interpretazione della visione contenuta nel sonetto, gli fu risposto da “quelli cui io chiamo primo de li miei amici e disse allora un sonetto lo quale comincia ‘Vedeste al mio parere onne valore’. E questo fue quasi lo principio de l’amistà fra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato”. Il sonetto di Guido in risposta a quello di Dante, scritto intorno al 1283, celebra la visione del “segnor valente”, cioè Amore, come l’incontro con la massima gioia e virtù. Un’amicizia nata tra e con i versi, filosofeggiando sull’amore, che porta l’uomo ad attingere la virtù. Ma nelle Rime giovanili di Dante, come LII componimento, c’è “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”, sonetto composto intorno al 1285. Il sonetto crea l’incanto magico del navigare ragionando d’amore insieme agli altri stilnovisti, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, nella contentezza loro e delle loro donne. E’ l’incanto della poesia, avviato sì dal vento, ma nutrito poi dal “voler” dei poeti e dal “disìo” di stare insieme; è il vascello degli amici, che ci protegge da qualsiasi fortunale e tempesta. Qui il ragionar d’amore della sensibilità cortese è scevro dagli innesti filosofico- morali della Vita Nova e si nutre anche della bellezza del gioco letterario, perché Guido risponde con il sonetto “S’io fosse quelli che d’amor fu degno”.

   Del gioco letterario e dell’altezza d’ingegno non disgiunta dalla capacità di valutare con imparzialità i fatti è prova il confronto tra i due e una dolorosa decisione, che Dante dovette prendere nel 1300: da priore della città di Firenze, a giugno, firmò il decreto di allontanamento dei capi delle fazioni cittadine, per pacificare la città, includendo anche l’amico Guido, membro della fazione bianca, che fu in esilio in Liguria, a Sarzana.  Dell’altezza d’ingegno, dote nobile in entrambi, Dante fa parlare Cavalcante de’ Cavalcanti nel X canto dell’Inferno. Il padre di Guido chiede a Dante: “Se per questo cieco/ carcere vai per altezza d’ingegno, / mio figlio ov’è? e perché non è teco?” (Inf., X, 58-60). Quando il pellegrino Dante risponde a Cavalcante, allarmato perché non vede il figlio al fianco dell’amico, sottolinea la mancata accettazione, da parte di Guido, della possibilità di salvezza offerta dalla variante positiva dell’amore, di cui è simbolo Beatrice. Gli amici Dante e Guido sono diversi: all’afflato d’amore quasi mistico che fa di Beatrice una donna- guida verso l’Amore assoluto fa da contraltare l’austero razionalismo di Guido, che lo porta a sottolineare gli aspetti più pessimistici della tematica amorosa.

   Di altro clima e condivisione dell’incanto dell’amore e dell’arte è invece l’incontro con l’amico Casella, musico attivo tra il 1280 e il 1300, morto poco prima della Pasqua del 1300. Personaggio suggestivo del II canto del Purgatorio, ammalia le anime sulla spiaggia col suo amoroso canto e Dante ammalia noi. Egli non rappresenta la Toscana degli odi, delle lotte di partito, ma la Toscana della nobiltà, dell’amicizia. Il lessico dell’incontro con Dante appartiene tutto all’area semantica dell’affettività: “abbracciarmi”, “affetto”, “sorrise”, “soavemente”, “t’amai”, “mio”, “consolare”, “dolcezza”, “contenti” (Purg., II, 77- 116). La gioia di rivedere l’amico causa indugio, come era accaduto nell’Inferno con Brunetto Latini, poi crea la ripresa delle abitudini comuni, insieme al bisogno affettivo di conoscere le reciproche condizioni attuali. Il ritorno alla memoria delle abitudini comuni risarcisce- ha anche questa funzione- del dispiacere di ritornarsene tre volte con le mani vuote al petto nell’abbracciare quello che è un puro spirito. Oggetto della memoria sono la musica, la poesia, insomma l’amoroso canto che soleva quietare tutte le amarezze di Dante. Esso al tempo stesso fa affiorare i ricordi, è intonato dolcemente e genera dolcezza. Si è nella linea dello Stilnovo, dolce, appunto, e poco importa che la canzone “Amor che nella mente mi ragiona” faccia parte del Convivio e celebri la filosofia e non sia di conseguenza una canzone d’amore: accade che Casella la canta, perché l’amico gli ha chiesto di riprendere l’amoroso canto col quale in vita placava i suoi affanni e, quindi, è cantata per amore ed è canzone d’amore per l’amico. Casella fa estasiare, quasi smemorare Dante; l’amicizia rinnovata dal canto si traduce in rievocazione dei dolci convegni, in cui la pratica e la discussione sull’arte rinsaldano i legami (Purg., II, 76- 117). Allora il canto incanta e genera indugio, quello che nel canto successivo sarà chiamato “picciol fallo” (Purg., III, 9), ma che Catone rimprovera aspramente. Dante si lascia andare, la dolcezza ancora gli suona dentro, il sogno della musica condita dall’amicizia non ha prezzo. Gridi pure Catone: Dante ha vissuto un indugio che non ha prezzo, iniziato dopo la dichiarazione di appartenenza nell’affetto, la più bella che Dante potesse pronunciare: “Casella mio…” (Purg., II, 91).

   Di tono canzonatorio e per questo anche profondamente affettuoso, ché solo con quanti ci sono davvero intimi noi uomini ci punzecchiamo senza farci del male, è l’incontro con il liutaio Belacqua nel canto IV del Purgatorio. Negligente per naturale pigrizia, può forse essere identificato per Duccio di Bonavia, fiorentino, vivo ancora nel 1299 e morto anteriormente al marzo 1302. “Portatore sano” di pigrizia, motteggia Dante ed è motteggiato. Nel dialogo confidenziale, da tenzone poetica o da discussione di quartiere, come quello di San Procolo, il sestiere di Firenze in cui appunto Dante e Belacqua sono vissuti, Belacqua deride chi, come Dante, ostenta le sue energie spirituali con la voglia di affrettarsi e di sapere: “Hai ben veduto come il sole/ da l’omero sinistro il carro mena?” (Purg., IV, 119- 120). Ma prima Dante lo ha canzonato, dicendo che Belacqua ha la pigrizia per sorella, come si può arguire dalla sua posa: seduto, ginocchia tra le braccia, e viso giù tra esse basso. Belacqua a sua volta ha canzonato l’amico Dante: “Or va tu su, che se’ valente!” (Purg., IV, 114). Sei monosillabi su sette parole, a rimarcare il carattere pigro, ma anche la capacità di saper adeguare la tensione umana all’azione con le reali possibilità. A ben guardare, il legame tra Dante e Belacqua è conflittuale ma amichevole, polemico ma cordiale: da veri amici che si motteggiano, eppure si sorreggono a vicenda. Se non fosse che la prudenza di Belacqua sconfina nell’inerzia, potremmo dire che egli offra a Dante la misura, il modus nell’azione e che i due amici rappresentino in maniera complementare l’uomo cristiano che nel suo attivismo volontaristico deve acquisire la pazienza anche nella ricerca della conoscenza, per adeguarsi al tempo di Dio, che è tempo salvifico, kairòs. L’atteggiamento di Belacqua, che non sale la montagna, ma aspetta il tempo opportuno, ricorda a Dante l’esistenza dei limiti alla ricerca, che deve essere illuminata sempre dalla grazia, e che il rischio di Ulisse che sprofonda nell’oceano alla ricerca degli estremi limiti del sapere è sempre dietro l’angolo. Il tutto si svolge in un’atmosfera di domesticità, con l’accostamento di elementi contrastanti anche a livello di linguaggio, pieno di tensione intellettualistica quello di Dante, di fiorentinità motteggiatrice quello di Belacqua. Si riverberano le continue battute e frecciate che i due si sono scambiate in vita, il tono confidenziale, segno di dissenso e di attrazione reciproca, che ci porta ad accettare tutto dell’amico, anche il rimprovero più aspro. Sembra di assistere ad una discussione che postula necessariamente familiarità, intimità, attitudine al botta e risposta critico, ma tendente a tirar fuori dall’amico il meglio della sua umanità. Sembra che nella prima parte del dialogo Dante si adegui a Belacqua e nella seconda parte, invece, Belacqua si adegui a Dante, col suo passare dalla pigrizia alla virtù della pazienza, che include in sé la virtù della solerzia. Belacqua chiama l’amico Dante, ora che entrambi stanno cercando di adeguare e misurare secondo il disegno di Dio velocità e lentezza, Belacqua- ripeto- chiama Dante “frate” (Purg., IV, 127) e questo è il segno inconfondibile dell’antica confidenza e amicizia e non di un generico senso di fratellanza cui le anime purganti aderiscono via via nel loro cammino.

   Una maggiore nostalgia del tempo terreno dell’amicizia anima la seconda cantica più delle altre, forse perché essa esprime il trapasso, attraverso la penitenza e la purificazione, a un mondo altro da quello terreno, un mondo abitato da beate genti, presso il quale arrivare quando che sia. Ogni indugio è un rallentare il cammino, ma anche un confermare vincoli di amicizia fraterna. Lo fa ancora Dante nell’VIII canto del Purgatorio: c’è un principe negligente che lo guarda, come se cercasse di riconoscerlo. E’ il tramonto, l’aere si sta annerando, ma non tanto che i due, avvicinandosi, non possano riconoscersi. Il verso 52, col suo parallelismo di costrutti – “Ver me si fece, ed io ver’ lui mi fei” -, dice tutta la tensione dei due, finché Dante esplode di gioia nel vedere che Nino Visconti non è nell’inferno. Il personaggio è subito caratterizzato da Dante nella sua funzione politica di giudice, cioè signore del giudicato di Gallura in Sardegna, ricevuto in eredità dal padre Giovanni, uno dei capi guelfi della città di Pisa. Ma a Dante sta a cuore soprattutto il chiamarlo “gentile”: Nino è la figura di un cavaliere cortese e il salutarsi tra i due è all’insegna della cortesia, dello stupore di Nino davanti a Dante vivo, dello slancio d’affetto, dell’addolorato discorso sulla decadenza dell’amore nelle famiglie borghesi- comunali, della misericordia verso una moglie passata a nuove nozze, della richiesta di preghiere da parte dei vivi. Ma ciò che più sta a cuore a Dante è il sottolineare la ripetizione di saluti tra il vivo e il morto, caratterizzata da gentilezza: “Nullo bel salutar tra noi si tacque” (Purg., VIII, 55), dice Dante e poi segue l’incalzare delle domande di Nino a Dante sul suo viaggio e su quando egli è arrivato ai piedi della montagna del purgatorio. Quest’incontro interrompe il dramma allegorico liturgico della tentazione del serpente e preannuncia il destino di Dante: deve compiere il viaggio oltremondano, per acquistare la vita eterna e lo dice all’amico Nino con la confidenza di chi sa che nobile anima è il suo confidente. Ma c’è di più: un altro grande, Corrado Malaspina, profetizza in questo canto qualcosa che sa di esilio, cioè l’esperienza diretta per Dante dell’ospitalità dei Malaspina. Il discorso sull’esilio sembra preparato, però, proprio dalle parole di Nino Visconti, pure lui costretto all’esilio a causa del prevalere nella città di Pisa della parte ghibellina nel 1288: al v. 57 egli parla di “lontane acque”, al v. 70 di “larghe onde”: la dimensione del navigante in Dante, si pensi al Convivio, in cui il sommo poeta si presenta come nave senza vela e senza nocchiero, allude sempre all’esilio. Un esilio immeritato. Allora capiamo perché le acque sono lontane e le onde sono larghe. Cosa può consolare, se non sapere di avere in Nino un amico nobile d’animo, fidato, delicato che, anche se soffre per la dimenticanza da parte della moglie Beatrice D’Este, arrossisce nell’aspetto esteriore, ma nel cuore fa bruciare con misura tale sofferenza? Un amico così misurato e nobile l’exul immeritus se lo tiene ben stretto e ben stretto ce lo terremmo anche noi! Ben stretto Dante si tiene infine Forese Donati, tanto che i canti XXIII e XXIV del Purgatorio potremmo definirli i canti di Forese. E’ l’amico degli anni scanzonati, della poesia realistica e giocosa, fatta di motti, di insulti pesanti e reciproci, ma mai veri. E’ posa letteraria la tenzone con Forese Donati, che in essa  a Dante ricorda che ha una famiglia, il padre in primis, di cui essere poco orgoglioso e Dante  a sua volta dice a Forese che tiene al freddo la moglie nel letto, che non è un buon amante. Poi per Forese Dante è un miserabile, un pezzente, un vigliacco. Forese è per Dante goloso, impoveritosi per l’ingordigia di cibi prelibati, e ladro! Insomma, se le dicono di santa ragione, ma sempre in maniera giocosa. Nel Purgatorio i due superano stereotipi letterari e linguistici e sono fini amici. Forese è smagrito e irriconoscibile, mentre riconosce Dante e grida: “Qual grazia m’è questa?” (Purg., XXIII, 42). Nel dativo d’affetto “mi” si condensano un’emozione e una tensione che prevalgono sulla meraviglia, perché l’apparizione di Dante è per Forese una grazia personale. Dante, invece, non riconosce dall’aspetto l’amico; lo riconosce dalla voce, voce consueta e cara, che accende una luce che, nonostante l’aspetto del volto sia mutato, fa dire con gioia a Dante: “e ravvisai la faccia di Forese” (Purg., XXIII, 48). Inizia poi l’incalzare di imperativi: “dimmi” (Purg., XXIII, 52), “non rimaner che tu non mi favelle” (Purg., XXIII, 54), “dì” (Purg., XXIII, 58), che Forese avvia, tradendo intimità di vita terrena. Ne nasce un dialogo semplice ma musicale, con le insistenze proprie del parlato, con l’affannosa richiesta di informazioni su eventi e figure dei tempi passati. Dante risponde agli imperativi di Forese, ricordando di aver pianto nel momento della sua  morte la faccia dell’amico, che ora di nuovo lo fa piangere, perché deformata. Allora Dante, pure lui, usa l’imperativo, col quale vuol sapere da Forese la causa del suo dimagrimento e di quello degli altri spiriti che sono con lui. Forese risponde che egli e gli altri golosi sono sollecitati nei loro sensi senza poterli appagare, ma ciò li purifica ed è per loro motivo di gioia. Dante con affetto chiede a Forese, morto da soli cinque anni, come mai sia nel purgatorio e non nell’antipurgatorio. Ad abbreviare il tempo della sua purificazione, risponde Forese, è stata “la Nella mia” (Purg., XXIII, 87) con le sue preghiere e le sue invocazioni, che ne fanno donna esemplare e cara a Dio, pudica quanto scostumate sono all’epoca di Dante le donne della Barbagia, anzi, quelle dell’altra Barbagia, Firenze, in cui Forese, morendo, ha lasciato l’amata moglie Nella. Continua il serio annotare da parte di Forese la scostumatezza delle donne fiorentine e il chiedere a Dante di non nascondergli più la sua condizione. Allora Dante parla di reciprocità d’affetto, di ricordare “qual fosti meco, e qual io teco fui” (Purg., XXIII, 116), cioè di riportare a mente gli anni scanzonati della tenzone, i modi stilnovisti e il traviamento seguito alla morte di Beatrice e che Virgilio e Stazio lo stanno guidando. La vita gaudente c’è tutta e anche il superamento dell’amore terreno, che già tende ad innalzarsi verso le forme dell’Amore super nos, tant’è che Dante comunica a Forese che il viaggio lo porterà a Beatrice. I due amici hanno smesso di canzonarsi a vicenda e i toni amorevoli con cui Forese parla di Nella quasi anticipano i toni con cui Dante parlerà di Beatrice, pur essendo quest’ultima una creatura più elevata. Non si tratta di una palinodia della tenzone, nella quale c’erano insulti cui nessuno credeva, tanto erano codificati e tipici del genere letterario. C’è il recupero delle esperienze fiorentine, della giovinezza sbandata, delle rime comiche, della posa letteraria, del lusus in cui si erano divertiti con grande complicità. Quel tempo è passato per entrambi gli amici: per Forese perché è morto, per Dante perché ha superato la fase stilnovista e della donna gentile, la filosofia, e sta tendendo sempre più alla verità divina.

Come anticipato, anche il canto XXIV del Purgatorio è canto di Forese, che indica a Dante altre anime di golosi: il poeta Bonagiunta Orbicciani da Lucca; papa Martino IV, goloso di anguille e di vino; Ubaldino degli Ubaldini, signore del castello della Pila in Mugello; il vescovo Bonifacio Fieschi e Messer Marchese degli Argugliosi, famoso bevitore. Non si trascura di parlare di Piccarda Donati, sorella di Forese e Corso, che già trionfa in paradiso; poi di Gentucca da Lucca, cortese ospite di Dante a Lucca nel 1317, menzionata dall’Orbicciani. Forese non è un amico qualsiasi e allora nel canto non può mancare il rievocare il passaggio dalle forme convenzionali dell’amore dei siciliani e dei toscani allo stilnovismo. Appunto Bonagiunta chiede a Dante se è colui che ha tratto fuori le nuove rime con “Donne ch’avete intelletto d’amore” e Dante risponde con la famosissima terzina “Ed io a lui…vo significando” (Purg., XXIV, 52- 54). La dissertazione ripercorre i precedenti letterari di Dante; la novità dello stilnovismo che non ignora le artes dictandi, se l’Amore è per Dante il “dittatore”; i motivi per i quali Bonagiunta stesso, Jacopo da Lentini e Guittone D’Arezzo sono fuori dal Dolce Stil Novo definito da Dante. Tutte le anime affrettano il passo, spinte dal desiderio di purificarsi, come gli uccelli che, svernando lungo il Nilo, volano in fretta. Tutti? Tutti gli altri. Forese no. Come stanco, rallenta il passo e fa andare avanti gli altri, per andare dietro a Dante e chiedergli: “Quando fia ch’io ti riveggia?” (Purg., XXIV, 75). Dante risponde di non sapere, ma quel “quando” sarà sempre troppo tardi, per il fatto che Firenze è ormai priva di valori e questo rattrista Dante e lo fa tendere sempre più lontano da essa.

   L’amico speciale, col quale si era potuto ricorrere all’insulto, ha in sé nostalgia del futuro, di quella vita piena che si sarebbe potuta vivere, anche se nulla è perso. Si è superata la selva, si è superata la fase dei traviamenti giovanili e il superamento è politico e morale e artistico e filosofico al tempo stesso. “Quando fia ch’io ti riveggia?” non è una domanda, è una dichiarazione d’amore, quella che facciamo all’amico, al maestro, all’uomo di spirito elevato, perché, credenti o no, con l’amico prezioso vogliamo ritrovarci. A presto, Prof. Ermes De Mauro!

Bibliografia:


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