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20 dicembre mercoledì

ANTROPOLOGIA POST GLOBALE

20 Dicembre 2017, 17:30 - 20 Dicembre 2017, 20:30
Associazione G. Di Vittorio, Via Castello, 20
Mesagne, Brindisi 72023 Italia

Nell’epoca post-globale non ci troviamo più nella possibilità di misurarci direttamente con le grandi ideologie. Tuttavia esse non sono scomparse, sono nascoste, e agiscono potentemente sotto la superficie delle acque: sono del resto inscritte nel mondo digitale e della realtà virtuale. Articolate in termini come pure in segni e simboli, quali, per esempio, razza, selezione naturale, sopravvivenza del più adatto, auto-deificazione tecnica e scientifica, sono del tutto attive.

Esse sono all’interno dei processi di produzione economica, sociale, politica, a divulgare dottrine e soluzioni preconfezionate ai tanti problemi contingenti, e a fare in modo che i loro messaggi siano accettati in un mondo che è ormai tecnica e mercato della tecnica. Sono all’interno del processo di produzione del diritto internazionale, a divulgare messaggi di superiorità tecnica e dunque etica.

Ci troviamo smarriti e increduli di fronte a un nuovo ordine giuridico transnazionale: l’ordine del mercato finanziario.

D’altra parte, durante gli ultimi decenni, l’antropologia ha vissuto un exploit mediatico e di pubblico che ha visto la sua diffusione al di fuori degli ambienti accademici e degli istituti di ricerca.

All’interesse crescente per gli esiti delle ricerche, e per quanto la riflessione è stata in grado di fornire, non ha corrisposto tuttavia una considerazione della stessa disciplina all’interno dei processi decisionali a livello globale: l’antropologia è stata sentita, ma non ascoltata. Se poi è costantemente aumentato il numero degli antropologi di professione dagli anni ‘40 a oggi, è pur vero che è diminuita la produzione teorica e, soprattutto, proprio negli stessi decenni del suo crescente successo, si è affievolito il dibattito teorico: l’antropologia non ha approfondito il proprio pensiero su se stessa e sulla sua relazione con il mondo.

Per definire l’antropologo, nella prospettiva di Bronislaw Malinowski, criterio per eccellenza risulta essere l’avere effettuato “la ricerca antropologica sul terreno” in contesti sociali, culturali, economici, politici, religiosi ecc. possibilmente diversi, ben diversi da quello di partenza. Ed è sui livelli di realizzazione di tale ricerca che siamo chiamati a valutare l’essere o meno “antropologi”.

In questa prospettiva, non ha forse precedenti la cosiddetta “antropologia in Italia”, che risulta essere o “sotto casa” o decisamente “in casa”. La straordinaria sinfonia di studi sulla migrazione condotti a casa o nella sede di conseguimento dei titoli di studio resta pertanto espressione secondaria dell’antropologia. Per non parlare poi di studi da parte di immigrati italiani “sud-nord” di seconda generazione che una volta rappresentatisi come antropologi, o più spesso viceversa, si occupano di ricerca nella “casa del padre”. In antropologia sarebbe maggiormente comprensibile, relativamente agli studi sulle migrazioni, per esempio, uno studio su processi migratori dal Sudan al Chad, o da Sumatra e Giava verso Timor ecc. Diversamente, nulla del genere – o quasi – è ancora riscontrabile nel resto del mondo antropologico.

Antonio Luigi Palmisano, antropologo, ha lavorato come ricercatore e docente presso diverse Università italiane e straniere e svolto pluriennali ricerche sul terreno in Europa, Africa, Asia e America del Sud. In particolare si è occupato di società segmentarie, rapporti interetnici e processi di soluzione dei conflitti, forme della rappresentazione e teoria dell’antropologia. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli e svolto consulenze per varie agenzie internazionali. Attualmente insegna presso l’Università del Salento.

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