Prima Guerra Mondiale e Medio Oriente.

Prima Guerra Mondiale e Medio Oriente
 
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel celebrare il 4
Novembre scorso a Trieste il centenario della fine della Prima guerra
mondiale, ha insistito sui temi della pace, della democrazia e dell’ Europa.
Alla fine ha invitato tutti noi, soprattutto le nuove generazioni, a non
dimenticare. Qualche giorno dopo a Parigi, alla presenza di numerosi capi
di stato, il presidente francese Macron e la cancelliera Merckel hanno
indicato il nazionalismo fra le cause della guerra e hanno lanciato
l’allarme contro i pericoli di una sua riproposizione in Europa sotto le
sembianze del sovranismo.
Perché questi ammonimenti e questi allarmi?
La risposta a questi interrogativi, a mio avviso, va ricercata nel fatto
che nel corso degli ultimi decenni, a mano a mano che in Europa e nel
nostro paese si affievoliva l’elaborazione e la diffusione di un pensiero
critico, di pari passo si affermava un pensiero debole che, prima, ha
cancellato qualsiasi idea di futuro diverso e, poi, ha criminalizzato,
delegittimato, ed infine rottamato il passato.
Viviamo ormai in un eterno presente, che le attuali classi dirigenti
cercano ogni giorno di riempire con abbondanti dosi di pressappochismo
culturale e con altrettanti dosi di involuzione politica e democratica. Si
tratta di una vera e propria tragedia che, prima, viene messa in scena sui
social banalizzandola e, poi, attraverso la Tv trasformata in spettacolo.
Non dimenticare, perciò, non significa limitarsi a commemorare o a
glorificare il proprio passato, ma innanzitutto conoscerlo e reinterpretarlo
alla luce delle novità intervenute, per dirigere il presente e costruire un
futuro diverso.
Animato da questo spirito, mi soffermo prima brevemente
sull’accumularsi delle cause internazionali, economiche, politiche e
culturali che portarono all’attentato di Sarajevo e allo scoppio della
guerra.
Per quanto riguarda il contesto internazionale, all’inizio del secolo il
mondo era globalizzato e sotto l’egida del capitalismo; al centro del
mondo vi era l’Europa e al centro dell’Europa vi era l’Inghilterra; Il sistema
monetario internazionale era il Gold Standard che si reggeva sull’oro e sui
cambi fissi: si trattava di un meccanismo che costringeva i paesi più
deboli a seguire le politiche sociali del paese più forte che, all’epoca, era
l’Inghilterra con la sua sterlina. Poiché questa Europa era divisa al suo
interno fra due blocchi contrapposti: la Triplice Intesa (Francia, Russia,
Inghilterra) e la Triplice Alleanza (Germania, Austria e Italia) l’equilibrio
raggiunto era precario e fragile.
Sul piano economico, la dottrina economica dominante era il
liberismo che punta sempre alla concorrenza fra gli uomini, le imprese e
gli stati e si conclude con la vittoria del più forte e la sconfitta dei più
deboli. Nel caso dell’Europa, dopo la concorrenza fra gli stati per la
spartizione del mondo, lo scontro si trasferì sul terreno della concorrenza
fra le imprese per l’accaparramento delle diverse zone d’influenza. I
mancati accordi spingevano le singole imprese (soprattutto quelle navali
e degli armamenti) a trascinare i rispettivi governi in conflitti commerciali
o in vere e proprie guerre al grido di first Inghilterra, first Francia ecc.
Sul piano politico, poi, in presenza di un clima di esaltazione patriottica,
di unione fra Popolo e Patria, ebbe successo lo slogan forgiato
da Guglielmo II che recitava: “Non ci sono più partiti, ci sono solo
Tedeschi”. In assenza di qualsiasi contrapposizione politica, iniziò la
stagione delle Unioni sacrè che, in nome della solidarietà nazionale,
favoriva la formazione di governi di coalizione che coinvolgevano anche la
sinistra.
Infine sul piano culturale, in presenza di una sconfitta culturale e
politica del pacifismo e dell’internazionalismo proletario, si affermò,
prima, il nazionalismo che, in poco tempo, coinvolse non soltanto la
piccola borghesia ma anche larghi strati popolari, poi, si consumò lo
scontro fra la maggioranza del Parlamento, schierata a favore della
neutralità ed il Governo, guidato da Salandra e sostenuto da moti di
piazza, favorevole all’intervento.
In sostanza, in presenza della sconfitta del pacifismo e
dell’internazionalismo e della delegittimazione dei partiti politici e del
Parlamento, con 407 voti a favore, 74 contrari dei socialisti e l’invito
inascoltato di Benedetto XV di fermare questa inutile strage, l’Italia entrò
in guerra.
Le conseguenze per l’Europa furono: la morte di milioni di vite
umane, soprattutto contadini; la sconfitta del liberismo; il fallimento del
sistema monetario internazionale fondato sui cambi fissi e sulla sterlina;
la svalutazione del 62% della lira, fra il 1914 e il 1918; la crisi del 29 e
l’inizio di una nuova stagione di deglobalizzazione. Per la prima volta molti
paesi si sottrassero al controllo capitalistico e Il piano quinquennale
sovietico, il fascismo e il nazismo ed In seguito il New Deal in America
furono progetti politici alternativi ai principi economici liberisti.
In presenza di questa deriva, fra i liberali Einaudi e Giovanni Agnelli
maturò la convinzione che fosse necessario costruire un Federazione
Europea. Significative le parole pronunciate da Giovanni Agnelli il quale,
pur essendosi arricchito con la guerra e avendo visto aumentare la forza
lavoro impiegata in Fiat da 4300 addetti del 1914 ai 36000 del 1918,
dichiarò: “Qual è la persona ragionevole la quale può, senza timore,
prospettare la possibilità che, dopo un conflitto così gigantesco, si possa
riprendere una politica economica di preferenza, di esclusivismo, di
localizzazione, riservandone il carico sui consumatori esausti?
La fine della prima guerra ebbe effetti devastanti all’interno della
regione mediorientale, una regione così complessa da spingere molti
studiosi a definirla rompicapo. All’inizio della prima guerra mondiale, essa
era considerata strategica per la politica britannica al fine di proteggere
l’India, il gioiello della Corona.
Con lo scoppio della guerra l’Inghilterra si mise alla ricerca di alleati
in zona e stipulò una serie di accordi con i vari notabili locali. Le intese
raggiunte dettero vita a tre documenti, ognuno dei quali contraddiceva
l’altro. Il primo si basava sulla corrispondenza Hussein-Mac Maon che
prevedeva, in cambio di un sostegno nella lotta contro i Turchi, l’impegno
inglese a sostenere, dopo la guerra, la costruzione di un regno arabo
unito; Il secondo era imperniato sull’accordo fra il francese Picot e
l’inglese Sekes e prevedeva la divisione del Medio Oriente in due zone
d’influenza: la zona blu alla Francia e quella rossa all’Inghilterra; Il terzo
documento si basava sulla dichiarazione Balfour che prevedeva la
creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico.
Sulla base di questi accordi e patti più o meno segreti e in nome
dell’eurocentrismo, i colonizzatori europei divisero l’umanità in civili e
barbari e riservarono a se stessi il diritto, ricevuto direttamente da Dio,
dalla storia o dalla natura di civilizzare gli altri, i diversi da noi. Questa
autoelezione a esseri più umani degli altri li autorizzò: a impedire ai
popoli mediorientali di fare la loro storia e di subire quella scritta da loro;
a tracciare i confini degli Stati mediorientali calpestando le identità locali;
a spogliarli delle loro ricchezze; a impedire la formazione e lo sviluppo
della democrazia, insediando e mantenendo al potere governanti
autoritari e corrotti, ma fedeli e servizievoli; infine ad abusare sempre
della violenza e ad elaborare ogni volta una dottrina per giustificarla e
legittimarla.
Fino a questo momento sono esistiti diversi progetti, tutti riusciti,
volti a disegnare il volto del Medio Oriente secondo i principi ed in
funzione degli interessi, prima europei e poi occidentali. Oggi è in corso il
quarto tentativo.

Attraverso il primo, l’Europa puntò a frantumare la regione in
Mandati e Protettorati. Per giustificare questa logica spartitoria
soprattutto fra Francia e Inghilterra, fu elaborata la dottrina della
esportazione della democrazia coloniale da praticare, si disse, fino a
quando le popolazioni locali non fossero state in grado di autogovernarsi.
Un secondo tentativo si ebbe negli anni Trenta, dopo la scoperta
dell’utilità del petrolio che aprì nuovi scenari nella regione. Quando Sir
Wiston Churcill decise di sostituire da carbone a petrolio la flotta inglese,
l’assillo prioritario divenne quello di assicurarsi il flusso degli
approvigionamenti. L’Europa, dopo aver polverizzato il Medio Oriente, lo
controllò mediante la formazione di una serie di Stati artificiali affidati alle
cure di leadership corrotte e squalificate come Saud in Arabia Saudita,
Reza Phalevi in Iran, Assad in Siria, Faruk in Egitto che avevano il compito
di intermediari degli interessi europei in loco e per questo venivano
ricompensati con delle rojalties sulla vendita del petrolio. Per giustificare
questa nuova forma di dominio fu elaborata la dottrina della democrazia
controllata attraverso la quale la ricchezza del petrolio veniva gestita in
un rapporto diretto fra le elites dominanti dei paesi produttori e le varie
compagnie petrolifere senza significativi benefici per le popolazioni locali.
Un altro tentativo, riuscito, di ridisegnare il volto del Medio Oriente
si ebbe dopo la seconda guerra mondiale quando la colpa del nostro
crimine commesso contro gli Ebrei fu scaricata sulle spalle di un popolo
innocente. Nel corso del XX secolo una odiosa e aberrante ideologia,
prima, relegò gli Ebrei all’ultimo posto della scala gerarchica umana, poi li
identificò come il Male, ed infine li condannò all’estinzione perché diversi
da noi. Questo odio razziale alimentò la giudeofobia e la violenza che
portò all’olocausto e alla Shoh. Da quel momento l’Occidente, nel
tentativo di risolvere un problema ne creò un altro che dura ancora oggi,
perché glii Ebrei diventarono Noi e il ruolo di diversi venne assunto dal
popolo palestinese.

Fino alla seconda guerra mondiale la presenza dell’Urss in zona era
stata limitata. Subito dopo, con l’avvento della Guerra fredda, la Regione
fu divisa in zone d’influenza fra Usa e Urss. Da quel momento l’Europa
uscì di scena e non svolse più alcun ruolo egemonico.
In presenza di questi tentativi europei e occidentali, riusciti, il Medio
Oriente ha risposto con diversi tentativi endogeni, tutti falliti. Il primo si
ebbe con la proposta del panarabismo di Nasser che puntava all’unità del
mondo arabo attraverso un connubio fra nazionalismo e petrolio. Nasser,
partendo dall’assunto che il petrolio del Medio Oriente apparteneva a
tutto il mondo arabo e non ai singoli paesi dove veniva estratto, propose
di distribuire la rendita petrolifera fra tutti i paesi in base ai bisogni di
ciascuno. Questa iniziativa fu sostenuta soltanto dalla Siria e dal Libano,
che non producevano petrolio, e osteggiata da Arabia Saudita, Kuwait,
Iran, Iraq che, nel 1960, dettero vita all’Opec. Questa decisione affossò il
progetto nasseriano e, invece di unire, divise il mondo arabo.
Dopo il fallimento dell’Islam politico, organizzato attorno al partito
Baath, nella regione fecero la loro comparsa alcuni movimenti religiosi
che puntavano al sacro come elemento unificante. In questo clima
culturale e politico, nel 1979, in Iran si sperimentò una repubblica
islamica. Anche questa iniziativa, invece di unire divise ulteriormente il
Medio Oriente fra l’Iran governata da sciiti e l’Arabia Saudita punto di
riferimento dei sunniti.
Dopo il fallimento politico di Nasser e di quello religioso della
Repubblica islamica, all’interno di una ristretta minoranza del mondo
arabo si scelse la strada del terrorismo per costruire nella regione un
califfato. Il terrorismo è un principio moralmente inaccettabile, perché
provoca la morte di innocenti, e nello stesso tempo è politicamente
controproducente perché provoca soltanto moltissimi martiri e nessun
atto concreto. E’ questo il motivo per cui l’Onu, con la risoluzione
n.42/159 del 1987 lo ha condannato senza appello con 153 voti a favore e
due contrari: quello degli Usa e di Israele.
Gli equilibri internazionali e mediorientali cambiarono
ulteriormente nel 1971 con la svalutazione del dollaro che provocò
l’aumento del petrolio e spinse per una accelerazione della costruzione
europea ed infine nel 1989 dopo l’implosione dell’Urss.
Dopo la fase di deglobalizzazione iniziata dopo la prima guerra
mondiale, iniziò una nuova stagione di globalizzazione delle varie
economi nazionali in un unico mercato globale. L’illusione della fine della
storia e della totale egemonia americana sul resto del mondo si infranse
subito con l’affermazione sulla scena mondiale di nuove potenze: i paesi
BRIC , Brasile, Russia, India e Cina, l’Estremo Oriente, l’America Latina e la
stessa Unione europea. Tutti questi centri, pur riconoscendosi nel
capitalismo globalizzato si presentavano con un volto diverso. Gli Usa
esibivano quello neoliberista; l’Europa quello dello stato sociale; la Russia,
la Cina e l’Oriente quello autoritario e illiberale, mentre l’America Latina si
presentava con il volto populista.
Nel 1992 a Maastricth l’Europa, dopo essersi dotata di una sua
moneta che metteva in discussione l’egemonia del dollaro, rientrò nel
gioco mediorientale, puntando a stabilire rapporti di collaborazione e
cooperazione con le sue ex colonie. La nazione promotrice fu la Spagna
che nel 1995, appena assunse la presidenza del Consiglio europeo, indisse
la prima conferenza euromediterranea a Barcellona. Vi parteciparono 27
paesi in rappresentanza dell’Ue e 12 dell’area mediterranea. Nella
dichiarazione conclusiva si ribadì la necessità: di un regolare dialogo
politico, della costruzione di una zona di libero scambio, della promozione
di un dialogo fra le diverse culture e di un programma permanente per
regolare i flussi migratori. In sostanza il processo di Barcellona, fondato
su una prosperità condivisa, da un lato, accelerò il processo di
integrazione fra le due sponde del mediterraneo, dall’altro, lasciò in
sospeso la questione palestinese e la massiccia presenza della Nato nella
regione.
L’inversione di marcia di questa strategia si ebbe dopo l’attacco alle
torri gemelle, quando l’obiettivo prioritario degli Usa divenne quello della
lotta al terrorismo, che nel frattempo si presentava più agguerrito e con il
volto dell’ISIS. Da quel momento il problema della sicurezza prese il posto
della cooperazione e spinse l’ Europa, anche se con posizioni differenti,
ad allinearsi al nuovo paradigma. Da quel momento ebbe inizio il secondo
Grande Gioco che si materializzò attraverso la teoria dell’esportazione
della democrazia e mediante la guerra in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in
Libia.
Dopo la breve stagione fallimentare delle primavere arabe, il Grande
Gioco fra Usa e Russia continua per recuperare le zone d’influenza
perdute ed i centri strategici sono la Siria e la Libia dove lo scontro è fra i
dittatori vecchio stile legati al panarabismo arabo, sostenuti dalla Russia,
ei fratelli musulmani e il fronte islamico sostenuti dall’Occidente. Questo
Grande Gioco fra le due potenze coinvolge anche l’ Europa con l’obiettivo
comune di delegittimarla.
Per Vladimir Putin , infatti, dopo l’implosione dell’Urss e la perdita di
13 paesi a favore della Nato, l’obiettivo è indebolire l’alleanza atlantica e
quindi l’Europa che, essendosi spinta troppo a Est, non può travalicare i
confini dell’Ucraina. Da allora la Russia interviene nelle elezioni dei diversi
paesi attraverso notizie false e hacker come in Inghilterra con la Brexit e
in America contro la Clinton.
Per Trump, dopo la breve illusione di poter ridisegnare il mondo
sotto l’egemonia degli Usa, la nuova strategia è il nazionalismo, l’America
first, ossia una politica nazionalista contro i surplus commerciali della
Cina a cui si risponde con l’introduzione di dazi e contro l’Europa per gli
avanzi commerciali della Germania e per la presenza dell’euro sui mercati
mondiali concorrente del dollaro.

Fra pochi mesi in Europa si voterà per il rinnovo del parlamento.
Oltre ai nemici esterni, essa deve affrontare anche quelle populiste
interne che, in Italia, sono addirittura al governo con il voto e il consenso
di larghe fasce popolari e che si presentano come risposta legittima, ma
pericolosa e confusa ai bisogni di sicurezza e di lavoro largamente
avvertiti. Con le elezioni in gioco vi è: la pace che in Europa è stata
preservata per circa ottant’anni; la democrazia liberale, rappresentativa
che, dopo averla esportata oggi la si rifiuta a favore di quella illiberale e
autoritaria; in gioco, infine, vi è questo progetto Europeo che, non
essendosi dimostrato all’altezza di affrontare la crisi del 2008, e
l’emergenza dei migranti, va riformato ma non smantellato.
Di fronte al bivio che ha investito il progetto europeo risultano,
perciò, più che mai attuali le parole di Altiero Spinelli che nel Manifesto di
Ventotene ammoniva: “Può darsi che la nostra civiltà non riesca a
superare la crisi attuale, e che, dopo una lunga agonia, dia luogo a
formazioni più primitive e rozze. Non c’è nessun piano provvidenziale,
nessuna necessità storica che ne imponga l’ulteriore prosecuzione. Se
questa avrà luogo sarà solo perché gli uomini sapranno concentrare
attenzione e sforzi sufficienti per individuare i mali che la minano e per
rimettere in moto i necessari rimedi”.

Michele Graduata

Mesagne, li 1 Dicembre 2018

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