Ritorniamo su MARZABOTTO simbolo della Resistenza e delle stragi nazi-fasciste. Michele Serra, “L’amaca” su La Repubblica del 14 novembre.

IL GIOVANE calciatore che a Marzabotto (a Marzabotto!) fa il saluto romano dopo il gol, e inneggia a Salò, probabilmente non lo sa: ma è tal quale un simpatizzante dell’Isis che vada al Bataclan a festeggiare la strage; come un nazista che vada ad Auschwitz per brindare ai forni; come un nazionalista serbo che vada a Srebrenica a esultare sulle fosse comuni; come un titino che vada in Dalmazia a rivendicare le foibe. È, insomma, uno che riafferma una strage, nel caso di Marzabotto strage di inermi, di donne e di bambini. È uno che rivendica il genocidio, che celebra la morte violenta, l’abominevole sterminio degli umani a scopo di sottomissione, di cancellazione, di soluzione finale.

Nel caso non lo sappia, glielo devono dire. Lo devono mettere seduto su una sedia e costringerlo a sapere che cosa è accaduto, a Marzabotto. Che cosa significa Marzabotto. Non è possibile non sapere, non rendersi conto del significato dei gesti, dei simboli. Non è un lusso che ci possiamo più permettere, come italiani, quello di regalare agli stupidi e agli ignoranti il permesso di esserlo. Non sanno di Anna Frank, non sanno di Marzabotto, non sanno niente. Portano l’odio senza portarne il peso: è troppo comodo.

Almeno saperlo, se si è stragisti, che si è stragisti.

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